TRANS AFRICAN TOUR          50° ANNIVERSARIO          
C A P E T O W N      C A I R O      C A S A B L A N C A                                         1964 - 2014
                                                                                            


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Aziza 2
"L'Aziza 2 è una Land Rover 109 con motore a benzina, a quattro cilindri, di 2286 cc. Modello a quattro portiere e a ribalta posteriore apribile corredato di tetto tropicale. L'itinerario scelto determina in misura notevole il tipo di automobile che dovrà essere usata. Traversate complete dell'Africa, lunghi percorsi su piste o in fuoristrada, richiedono macchine robuste, possibilmente a quattro ruote motrici. "   
Nino Cirani


                                          

Tratto dal libro "il raid automobilistico" di nino cirani   
(pubblicato il 15 giugno 1973)


Ma era l'Africa che sognavo, sognavo i suoi grandi spazi, gli aperti orizzonti, i grandi animali migranti nelle savane, le tribù primitive, i Masai, i Watussi, gli Zulu. Insieme col mio amico Vittorio Parigi cominciai ad attrezzare una nuova Aziza, una Land Rover 109.   Questa volta la preparazione fu più sicura, ormai mi ero fatto le ossa.
Non disponendo di abbastanza soldi per compiere tutto il giro dell'Africa, andata e ritorno, scegliemmo l'itinerario Città del Capo - Il Cairo perchè più interessante e più difficile della Algeri - Città del Capo, e perchè nessun equipaggio italiano aveva mai fatto questo percorso.
Perchè Città del Capo - Il Cairo e non l'inverso Il Cairo - Città del Capo?  Per una questione di stagioni, di piogge, di luoghi e periodi obbligati. L'Aziza 2 fu spedita su una nave a Città del Capo in Sudafrica e da lì il 4 agosto 1964 cominciammo la traversata.  Il viaggio durò oltre otto mesi e mezzo: 53.000 chilometri in 268 giorni, media generale 200 chilometri al giorno, media effettiva 310 chilometri, attraverso Repubblica Sudafricana, Mozambico, Malawi, Tanzania, Kenya, Uganda, Ruanda, ancora Uganda, Etiopia, Sudan, Egitto, Libia, Tunisia, Algeria, Marocco, Spagna, Francia, Svizzera, Italia.
Fu un viaggio duro, durissimo, ma ora, nel ricordo, rimane il più bello che io abbia fatto. Dal Sud Africa a Nairobi non incontrammo difficoltà, nonostante i luoghi giri su piste sperdute per evitare le grandi arterie.  Una volta lasciato il Sud Africa, ormai troppo industrializzato, l'Africa mostra subito il suo fascino.  Salimmo rapidi verso nord lungo le favolose spiagge del Mozambico sulle sponde dell'Oceano Indiano, poi per le polverose piste del Malawi, tra baobab giganteschi e sotto un cielo sempre più vasto, ormai nel cuore dell'Africa Nera, attraversammo tutta la Tanzania su immense piane deserte, schiacciati da questa natura enorme, questa natura che avevo sempre sognato.
Abbandonata la strada ci buttammo su piste appena segnate, poi fuori anche dalle piste, tirando su diritti, sempre verso nord, nella piatta savana, a settanta - ottanta chilometri l'ora in un fuoristrada da capogiro, un fuoristrada di giorni e giorni interi.  Con l'Aziza inseguivamo giraffe enormi, stancandole, stringendole sempre più in curva e obbligandole a fermarsi, ansanti, domate.  
Sempre più a nord, nella gialla distesa, schiacciando a fondo l'acceleratore, lanciavamo l'Aziza dietro la lunga, possente falcata del ghepardo, che quasi riusciva a batterci in velocità.  Ogni tanto gli animali più grossi ci caricavano e l'Aziza cominciava ad avere qualche ammaccatura.  
A fine settembre arrivammo a Nairobi con mezza traversata dell'Africa ormai alle spalle.  Raggiunta la costa dell'Oceano Indiano, a Malindi, ci tuffammo tra le bianche scogliere della barriera corallina tra pesci dai mille colori.
Alcuni giorni dopo, con una durissima scalata, toccammo la vetta del Kilimangiaro.  Dai ghiacci eterni del Kibo, al di sopra delle piccole sparse nubi, guardammo da 6.000 metri di quota, le piane infinite che avevamo percorso venendo da sud.  A Nairobi la nostra avventura rischiò di insabbiarsi: le frontiere verso nord, sia quelle dell'Uganda con il Sudan, sia quelle del Kenya con l'Etiopia e la Somalia, erano chiuse per scontri a fuoco tra pattuglie militari, per guerriglia, per banditismo.  Dal Congo non si poteva passare perchè la guerra civile era al culmine. Dall'Oceano Indiano all'Oceano Atlantico ogni via per proseguire verso il nord sembrava irrimediabilmente chiusa.  
Esisteva una sola possibilità ragionevole per noi: imbarcarci a Mombasa e rientrare in Italia.  Ma, testardi, su una vecchia guida dell'Abissinia dell'epoca del nostro "Impero Mussoliniano" riuscimmo a trovare un breve cenno sull'esistenza di una pista che da Addis Abeba, attraverso le montagne dell'Etiopia, arrivava alle piane del Lago Rodolfo.  La zona del Lago Rodolfo è completamente disabitata, non una strada, un centro.  E' una zona dimenticata, un'isola di vuoto: è l'Africa delle prime esplorazioni.  
La violenza, pensammo Vittorio e io, è come il fuoco, se trova il vuoto si ferma, non può divampare.  Avevamo trovato lo spiraglio verso il nord, la fessura attraverso cui saremmo passati.  
A Lodwar, l'ultimo piccolo posto abitato in direzione del Lago Rodolfo, riempimmo l'Aziza di canestri di benzina e di acqua e ci buttammo in questo gran vuoto di 900 chilometri.  Nessuno, nè a Nairobi, nè qui, aveva saputo darci un informazione, una notizia: avremmo dovuto viaggiare col solo aiuto delle carte.
Come raccontare l'"avventura"? Per circa un mese lottammo, giorno dopo giorno, per portare una macchina pesante 2.600 chilogrammi attraverso le grandi piane del Lago Rodolfo, dentro a erbe alte due, tre metri, tra arbusti spinosi, in mezzo alle selvagge tribù Turcana e infine sulle montagne etiopiche, alla ricerca dell'inesistente pista mussoliniana.
Dopo Magi, piccolo villaggio etiopico, Vittorio fu costretto a camminare davanti all'Aziza ininterrottamente per 350 chilometri di boschi e di alte erbe infestate da serpenti velenosi per indicarmi dove passare, dove appoggiare le ruote.  Errori di centimetri sarebbero stati fatali per l'Aziza, e qualche volta anche per me.  A distanza di tempo devo riconoscere che fu un bel gioco di abilità, di guida corretta, faticoso, è vero, estenuante, ma comunque un buon lavoro.
Riuscimmo, non so come, a portare i 2.600 chilogrammi dell'Aziza oltre valichi di 3.000 metri, oltre fiumi, costruendo ponti e tagliando alberi, riparando da soli quel che sull'Aziza si rompeva e riuscendo a non rompere mai quel che non saremmo stati in grado di riparare.
Continuando a procedere sulla pista inesistente, sprofondando dentro il fango fino ai sedili, ci inerpicammo su pendii da mozzare il fiato, seguendo mulattiere appena segnate, percorrendo a volte cinque o sei chilometri al giorno. Su queste montagne consumavamo un litro di benzina al chilometro, per cui a un certo punto ci trovammo a secco. 
Vittorio allora partì, sempre a piedi, verso una quanto mai ipotetica missione americana, chiamata, da negri che avevamo incontrato, Mizan Tafarì, e che, a quel che avevamo capito, doveva distare, sulla nostra sinistra, due giorni di marcia.   Racchiusa com'era dentro la foresta, pareva fosse rifornita da piccoli aerei.  La missione esisteva realmente. gli aerei la rifornivano e, non si sa come, Vittorio riuscì a trovarla. Tre giorni dopo tornò con 3 muli e 150 litri di benzina.  Aveva percorso a piedi altri 120 chilometri. Ricominciammo faticosamente ad andare avanti.  Poi, improvvisamente, arrivammo a una strada.   Gli ultimi 350 chilometri ci erano costati 16 giorni di sforzi continui.  Oltre Addis Abeba corremmo sempre a nord fino all'Asmara, poi per gli allucinanti deserti del Sudan fino e oltre Khartum, sempre su piste evanescenti o in fuoristrada, nella piatta uniformità gialla, senza fine, sempre diretti a nord, verso l'Egitto.  E infine, con un ultimo folle balzo di 2.300 chilometri di guida continua, ininterrotta, bruciammo tutto l'Egitto fino a Il Cairo.  Il 20 gennaio 1965, dopo 38.000 chilometri, la prima traversata italiana da Città del Capo a Il Cairo fu così conclusa.  

 







 

 

 

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